Da quando ho smesso di scrivere:

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  • Ho deciso di partire per l’Australia;
  • Ho deciso di non partire per l’Australia;
  • Ho fatto 7 volte il pieno di metano;
  • Ho visionato un numero incalcolabile di serie;
  • Ho fatto da modella per delle foto di gioielli;
  • Ho mangiato svariati kilogrammi di sushi;
  • Ho altresì ingerito 15 avocado;
  • Bevo solo nelle tazze;
  • I bicchieri sono stati devoluti alla causa della coltivazione dei 15 semi dei suddetti avocado;
  • Ho fatto 2 colloqui fallimentari;
  • Sono stata disoccupata per mesi;
  • In una settimana ho trovato 3 lavori;
  • Uno dei lavori consiste nel seguire una classe di malati psichiatrici (ironia della sorte);
  • Ho rischiato di essere investita a causa di uno dei ragazzi;
  • Questo non è successo grazie all’intervento di un altro dei ragazzi;
  • Ho superato il giorno di lavoro più brutto della mia vita;
  • E anche quello più bello;
  • Ho fatto il PAP test.
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Morale: non invitare estranei quando cucini una cosa per la prima volta.

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Dato che al momento che la mia unica occupazione consiste nel ricercare un’occupazione, ieri ho deciso di fare qualcosa di diverso. Ho deciso di dimostrare a me stessa e al mondo che, nonostante il silenzio in risposta ai miei diecimila curriculum, io valgo………………………… come massaia. Naturalmente la dimostrazione si è rivelata fallimentare.

Il piano era semplice:

1 Fare i tortelli di zucca e patate.

2 Farmi dire quanto sono brava a fare i tortelli zucca e patate.

3 Dire a me stessa che chissene frega del lavoro quando so fare i tortelli zucca e patate!

Prima fase: fare il ripieno. Faccio il ripieno con zucca e patate al vapore e poi aggiungo parmigiano e erbette. Risultato perfetto! Seconda fase: fare la pasta. Faccio la pasta con uova e farina e mi sento un’azdora nata a dispetto delle mie origini ben poco romagnole. Terza fase: avvolgere la pasta nella pellicola trasparente. La pasta deve essere fatta riposare nella pellicola una decina di minuti, ma io non la trovo e quindi decido di usare la carta da forno “che tanto è lo stesso”. Lo stesso un cazzo! Quarta fase: spacchettare. Quando vado a spacchettarla (dopo mezz’ora buona perché 10 minuti mi sembravano troppo pochi) sulla palla di pasta si sono formate crepe di secchezza che nemmeno le rughe di mia nonna. Lavorarla è l’inferno e dunque decido di rimediare buttandole addosso acqua fino a quando non avrà raggiunto l’idratazione necessaria.  Naturalmente a questo punto si incolla al tagliere che è un piacere, ma più o meno riesco nel mio intento. Quarta fase: stendere la pasta. Prendo il macchinino con la manovella, mentre mentalmente mi riprometto di dire a tutti che ho fatto tutto col mattarello, e comincio a passare la sfoglia. Dato che voglio fare la figa faccio una sfoglia sottilissima. Sesta fase: mettere il ripieno e chiudere. Dato che la sfoglia è sottilissima e ancora piuttosto secca, si apre. Applico dunque a tortelli alterni almeno una toppa per coprire le crepe che lasciano fuoriuscire il contenuto. L’arte del decoupage torna sempre utile. Settima fase: riporre i tortelli amorfi in vassoi e fare il sugo. Questo passaggio, che a prima vista sembrerebbe il meno complesso, ha dato il colpo di grazia mia improbabile carriera culinaria. Anziché disporre ogni tortello per i fatti suoi, ho avuto l’illuminante idea di impilarli uno sull’altro in un unico vassoio “perché tanto se gli spruzzo un po’ di farina non si attaccano!”. Sì, col cazzo! Ottava fase: buttare i tortelli nell’acqua bollente. Al momento di cuocerli i tortelli hanno formato un unico tortellone pluristratificato spesso 5 cm, che una volta cotto risulta disciolto all’esterno e crudo marmorizzato all’interno. Nona fase: servire. L’abbiamo servito a spicchi come fosse una torta di compleanno.

Lettere di presentazione un due tre fante cavallo e re

Oggi ho compilato e spedito intorno alle 25 domande di lavoro con annessi CV e lettere di presentazione personalizzate in base alle caratteristiche del destinatario.  Grazie all’azione combinata di 5 dosi di caffeina, della smania da disoccupazione e della concitazione da nevrosi in stadio avanzato, ho mandato CV più o meno a chiunque/qualunque cosa ho incontrato sul mio cammino virtuale.

Sono passata da lettere in cui decantavo la mia profonda affezione per i bambini (ahahahahhaahhahahhaha falso) e la mia volontà di lavorare in futuro a contatto con gli infanti (falsissimo), a lettere di presentazione per studi odontoiatrici in veste di assistente alla poltrona (ma perché?), fino a giungere alla mia meravigliosa lettera alla Granarolo in cui spiegavo che il sogno della mia vita è sempre stato quello di lavorare con le mucche. Ora, pongo a me stessa due quesiti:

  1. Perché diamine alla Granarolo potrebbero mai desiderare di assumere un’antropologa?
  2. Perché diamine ho fatto domanda in un’azienda in cui producono latte, alimento di cui non mi nutro da anni e intimamente detesto??? Non che sia indispensabile apprezzare il prodotto dell’azienda in cui si lavora, certo, ma considerato che io non c’entro una straminchiosissima sega con la Granarolo any way, almeno un punto di contatto ce lo dovrò avere!

Mi immagino il colloquio che non avverrà mai:     

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–          Salve

–          Salve

–          Dunque, vedo che lei che non ha fatto studi specifici, che non ha esperienza in questo campo (in nessun campo a ben vedere) e che è in possesso di laurea del tutto superflua. Dico bene?

–          Dice bene.

–          Vedo inoltre che nella sezione “capacità e competenze” lei ha scritto “ODIO IL LATTE”. Dico bene?

–          Dice bene.

–          Assunta!

Un po’ perché…

Dall’oscurità, dall’altra parte della cucina, lo chiamò una voce: “Len?”
“Sei a letto?”, chiese con una rapida contrazione della fronte.
“Mmmm”.
“Va bene”.
Poco dopo lo chiamò ancora.
“Devo pulirmi gli stivali per domattina”, rispose.
Poco dopo lo chiamò ancora.
“Voglio finire questo capitolo”.
“Cosa?”.
Si tappò le orecchie per non sentirla.
“Che cosa?”.
“Tutto bene, Jacky, niente. Sto leggendo un libro”.
“Cosa?”.
“Cosa?”, rispose contagiato dalla sua squallida sordità.
Poco dopo lo chiamò ancora.

Un po’ perché non ho ancora mai provato l’ebbrezza di una citazione su WordPress. E io la voglio. L’ebbrezza.

Un po’ perchè è la fotocopia di dialoghi che quotidianamente intraprendo a casa mia.

Un po’ perché è uno dei miei autori preferiti (anche se è giusto premettere che ogni autore – tranne quelli proprio infami, ma proprio proprio infami – tende a entrare nella categoria “uno dei miei autori preferiti” una volta incorporato nella mia magra libreria. Non foss’altro che per rendere omaggio ai cinque euri dipartiti dal mio anoressico portafoglio al momento dell’acquisto. Sono pessima. Baby, I know.)

Un po’ perché oggi mi sento sorda.

Un po’ perché oggi non c’ho voglia di scrivere qualcosa di mio (il che può eventualmente essere letto come un atto di somma magnanimità da parte mia nei confronti del comune buongusto.)

Un po’ perché sì. Perché boh. Perché non lo so. Un po’ perché ambarabàciccìcoccò.

I monologhi esteriori

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Quando andavo alle elementari La Maestra un giorno ci spiegò che le persone che parlano da sole sono pazze.

La frase non lasciava margine di errore. Nessuna possibilità di appello. Ne conclusi, dunque, che doveva essere vera. Alzai la mano e chiesi:

Mia nonna parla da sola ogni giorno, devo dirglielo che è pazza? Perché secondo me lei non lo sa.”

La Mastra, arrossendo, balbettò qualcosa di incomprensibile, quasi che dicesse qualcosa a sé stessa. Poi, sempre balbettando, tornò a spiegare perchè i greci definivano chi non parlava greco “barbaro”. Ironia della sorte.

Ogni tanto penso che se La Maestra avesse conosciuto il mio Homo Molto Molto Sapiens si sarebbe adoperata lei stessa in prima persona a lobotomizzarlo, vista e considerata la di lui abitudine a parlare-cantare-gorgheggiare in luoghi pubblici e non per suo proprio diletto.

Tutto questo per dire che l’altro ieri il mio blogghino ha battuto il suo record personale: ha ottenuto ben QUATTRO VISUALIZZAZIONI! E la cosa mi ha fatto riflettere. Voglio dire, scrivere qui non è molto differente dal cantare alla fermata del treno alle 6.40 del mattino «Chevalier de la table ronde, ditesmoi si le vin est bonDitesmoi oui oui oui, ditesmoi non non nonDites si le vin est bon». Anzi la differenza non c’è proprio, tranne per il fatto che il pendolare canterino (l’Homo) ha probabilmente un pubblico di riferimento molto più vasto rispetto alla scribacchina incostante (La Smarrita). Per il resto sono uguali: monologhi esteriori, performances dalla mal compresa rilevanza artistico-culturale che si appellano ad un “voi” che nel primo caso è un pronome plurale, mentre nel secondo una formula di cortesia a cagione della scarsità di pubblico.

Tre anni emmezzo fa circa

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Tre anni emmezzo fa circa uscivo da una relazione (osanna nell’alto dei cieli) con una persona che non è bene parlare male della gente quindi non dirò nulla. Tranne che era grasso, calvo, diversamente alfabetizzato e complessivamente ipodotato. Il fatto, poi, che io mi contornassi di un personaggio di cotale spessore possa dire qualcosa anche sulla mia di statura intellettuale, è una questione sulla quale oggi ho deciso di soprassedere.

Any way, tre anni emmezzo fa circa, dicevo, ho fatto una promessa a me stessa. Ho giurato che mai avrei avuto a che fare con uomini affetti da secchionaggine, sociopatia, agnosticismo politico e devozione religiosa. Non è che queste caratteristiche mi fossero venute a noia perché il mio ex grasso ne era portatore, anzi! Semplicemente mi sembrava che fosse giunto il momento di stilare una lista di NO WAY DUDE per proteggere la mia futura vita sentimentale, nonchè la mia dignità, da eventuali cazzate emotive. E queste erano le cose che mi era venuto in mente di includere nell’elenco oltre all’analfabetismo.

http://www.youtube.com/watch?v=f5aEE2kxorA

Poco dopo aver preso questa convinta decisione, giravo per Bologna con la mia faccia da donna sigle, tosta e mega YEAH. Perché a volte è questa l’immagine che do… fino a che non comincio a parlare. Giravo tranquilla col mio zainetto in spalla alla “universitaria-poco-stilosa-ma-pseudo-studiosa” e chi mi incontro tra una lezione di antropologia culturale e l’altra? La mia lista NO WAY DUDE in carne, ossa, gambe, braccia e tutto il resto.

Un Homo Molto Molto Sapiens con problemi di incontinenza verbale per le cose che a lui premono (ciò che sta studiando) e mutismo per tutto il resto. In uno stato di costante oscillazione tra la sociopatia e la sociofobia. Politicamente squilibrato. Credente & praticante.

Sono tre anni e mezzo circa che stiamo assieme e quasi quasi che sembriamo pure normali a vederci. Fino a che non cominciamo a parlare, s’intende.

Brevi note su un brutto titolo

“Smarrianeve e la Strega Stronza” è un endecasillabo abortito.

Trattasi di un decasillabo secondo la sillabazione grammaticale e di un novenario seguendo la cadenza ritmica.

Il titolo presenta una problematica allitterazione nella parte finale del verso: Strega Stronza.

Inoltre propone, nella parte iniziale, un neologismo/nome proprio dal dubbio gusto musicale (e non solo): Smarrianeve.

Esibisce, infine, una serie di moleste ripetizioni consonantiche (S; R).

In conclusione, giudicasi il titolo cacofonico. Per dirlo in altri termini, di merda.

Pasquetta. Parte seconda

Il frescone che aveva proposto la cena vegetariana era mia zia. I pochi superstiti che avevano accettato l’invito si erano rovesciati sul divano come cetacei spiaggiati a guardare CSI con gli occhi a mezz’asta. Perché ammettiamolo, le feste fagocitano l’energia vitale degli individui festanti quasi più di un lavoro full time: richiedono competenze e capacità che spaziano dall’alta cucina all’ingegneria gestionale e quasi quasi che ci vorrebbero altre feste per potersi riprendere dai preparativi di quelle precedenti.

Any way, tutti avevano assunto la tipica posizione del pensionato ipertrofico con pancetta che funge da tavolino su cui poggiare il piatto ed eventualmente la lattina di birra. Sottoscritta inclusa (la sottoscritta è peraltro molto affezionata a questa posizione). Mia zia, preferendo un orientamento più orizzontale, si era addormentata e aggiungeva alla scena un tocco di classe non indifferente con il suo sonoro russare.

Finito l’avvincente episodio in tv vado per andarmene (a piedi), ma mia zia si sveglia e dice:

Aspetta che t’accompagno a casa

E non si muove dalla sua orizzontalezza. Ed ecco qua. Una di quelle tipiche scene in cui lei dice:

Aspetta che t’accompagno a casa” e pensa “Ingrata di una nipote, che tu mica vorrai far alzare la tua povera zia da codesto divano per accompagnarti a casa veramente?!

E la nipote Smarrita risponde:

No, no zia, vado a piedi. Che anzi, c’ho proprio voglia di camminare un po’” e pensa “Ma porca vaccona gravida! Zia portami a casa che si bela dal freddo e di camminare c’ho voglia come di farmi amputare una falangetta!

E poi la zia fa con uno sguardo affranto:

E va bene, come vuoi. Però fammi uno squillo quando arrivi, eh!

Ma la nipote, in quanto smarrita, mica aspetta di comprendere il significato della frase della zia e risponde allegramente:

Oh grazie zia, che oggi fa proprio freddo e non c’ho poi tutta questa  voglia di camminare.”

Il seguito si può facilmente immaginare (Mi alzo. No, no, zia davvero, non c’è bisogno. Sì che c’è bisogno. No che non ce n’è. Sì. No. Sì. No. Sì. No. Sì. No… ) e, perlomeno, la cosa ha molto allietato la serata dei restanti cetacei.

La Pasquetta, si sa, è festa di seconda classe

In famiglia ci teniamo molto a dare alle feste il loro giusto valore, che mica tutte le feste valgono lo stesso! Per capirci, mentre S.Stefano, in termini tombolistici, vale un misero ambo e capodanno una cinquina, Natale è decisamente tombola!

Nello specifico, se la Pasqua è una cinquina, Pasquetta (ieri) è un terno. Le implicazioni di questo imprescindibile (e sofisticatissimo) sistema valoriale sono molteplici. Ma direi che gli esiti sono più che altro da ricercarsi nel tempo dedicato a una festività piuttosto che a un’altra. Se la Pasqua è durata fino alle otto di sera, la Pasquetta non sia mai che superi le sette. E così è stato.

Qualcosa è tuttavia è sfuggito alle grandi menti che hanno elaborato cotale apparato concettuale, poichè mentre se si finisce alle otto ci si saluta e ognuno per la sua strada, se si finisce alle sette c’è poi sempre qualche frescone che se ne esce con:

“Ma venite a cena da me! Facciamo un po’ di verdurine!”.

Sì, perchè nella cultura culinaria romagnolesca le “verdurine” non sono un vero alimento. No. Sono una cosa che. dopo aver mangiato fino alle sette di sera con il lardo che trasuda dai pori perchè le atrerie sono ormai sature, se le mangi quasi quasi che ti fanno dimagrire. Sono una specie di sturalavandini dell’intestino crasso a cui è attribuito il magico potere di annullare gli effetti calorici di giorni e giorni di suinamento selvaggio.

Ma non era di questo che volevo parlare in questo post… vabbè sarà per un’altra volta, mi chiamano per la cena:

“Smarrita vieni a tavola che ci sono le verdurine!”

Buona Pasqua Suina

Il mio pranzo di Pasqua è finito alle otto di sera in punto. Alle otto! E ora mi trovo in quello stato allucinatorio da overdose di proteine animali e cioccolata che, ogni anno mi fa promettere di fronte addio e l’umanità tutta che MAI PIU’, MAI PIU’ INGURGITERO’ UNA TALE QUANTITA’ DI CIBO IN VITA MIA, CASCASSE IL MONDO!

Naturalmente il fatto che ogni anno io ripeta la stessa promessa è indice del fatto che non sono granchè brava a mantenere i miei buoni propositi e che, nonostante tutto, il mondo non è ancora cascato. Non vorrei tuttavia dare un’errata immagine di me e della mia famiglia: noi si è molto sensibili alle campagne di sensibilizzazione contro le stragi di capretti. Noi si mangia cinghialetti. Noi si è alternativi.

Il procedimento tutto richiede dalle sei alle sette ore: ci si alza con le galline, si passa un’ora abbondante ad abbozzare previsioni metereologiche (che tipicamente si rivelano errate) per decidere se far fuoco fuori o in camino, si fa fuoco, si aspetta che si faccia brace, nel frattempo si impala il disgraziato animale sullo spiedo (operazione che è tradizionalmente accompagnata da bestemmie e imprecazioni generiche), ci si frantuma le balle durante l’operazione di giraggio della bestia inspiedata sulla suddetta brace ed infine, intorno alle due e mezza, si comincia a fare la tavola.

Una volta seduti comincia la vera battaglia: ci si raduna tutti attorno al tavolo mostrando ognuno le proprie ferite di guerra: bruciature, inspiedature e sintomi da intossicazione da monossido di carbonio. Il più malconcio vince. La vincita naturalmente non consiste in un vile premio materiale, bensì in un riconoscimento morale. Che si sa che in tempi di crisi i riconoscimenti morali sono preziosa merce di scambio. Nella mia famiglia c’è chi si farebbe intenzionalmente del male pur di veder riconosciuto il suo stato (-us) di martire di fronte alla comunità.

Generalmente trattasi della mia genitrice.

Terminata dunque anche questa complessa e controversa fase si passa infine al cibo. Ma dal momento che si è aspettato mediamente fino alle tre del pomeriggio digiuni e non si è nemmeno fatta colazione perchè tanto mangerò così tanto dopo che non posso mangiare anche adesso (che è un po’ il principio della coca light con il triplo cheeseburger), appena il cibo giunge a portata di mano ci si trasforma istantaneamente nel suino che si è intenti a ingurgitare.

E’ risaputo che lo stimolo della sazietà sopraggiunge più o meno dopo venti minuti dall’inizio del pasto.

Dopo venti minuti noi si è fatto in tempo ad assimilare il 96% delle sostanze nutritive presenti in tavola e quando lo stimolo sopraggiunge ormai per noi è troppo tardi. Si rimane dunque assorti in uno stato a metà tra l’illuminazione filosofica e la crisi mistica, premurandosi  però di uscire dallo stato catatonico per fornire, ai prensenti, utili informazioni riguardanti il proprio processo digestivo.

Buona Pasqua!